Musica. Era meglio quando c'erano gli Squallor?

La Band "fenomeno di successo, fenomeno di cesso: ma sempre fenomeno era"
di Giovanni Vasso - 22 Febbraio 2019

Dopo i Beatles, i Pink Floyd e Orietta Berti, nacquero gli Squallor. Era l’inizio degli anni ’70 - o, per altri, la fine dei ’60 - e quattro discografici s’erano già sommamente stufati dell’autoreferenzialità, dei temi, delle battaglie tra urlatori e melodisti della musica pop. Cominciava l’era dei cantautori impegnatissimi, dell’ideologia e dell’engagement. E poi, ognuni cantante se la credeva che manco fosse un Padre Eterno.

Serviva qualcosa di nuovo ma mica la pensarono per il mercato: lo fecero per sfogarsi. Così dall’unione di quattro teste matte e anticonformiste, nacquero gli Squallor, il gruppo che più di ogni altro avrebbe fatto cantare (di nascosto dalle mamme e soprattutto dalle fidanzate) i ragazzi italiani.

Fenomeno di successo, fenomeno di cesso: ma sempre fenomeno era.  

Alfredo Cerruti era la voce narrante e l’anima del gruppo. Totò Savio era la voce cantante, ruvida, che passerà alla storia cantando delle vicissitudini del “Cornutone” che magari si chiede “Chi cazz’ m’o fa fa?”.

Tutti e due napoletani, Cerruti è stato un discografico dotato di un fiuto spaventoso, la sua mano dietro la scoperta e la valorizzazione di talenti musicali e di canzoni che hanno scalato le classifiche ovunque, non solo in Italia. Savio, invece, un musicista vero che scriveva le musiche per gli artisti italiani più seguiti del tempo. Sua, giusto per citarne una, “Cuore Matto” di Little Tony.

C’era poi Daniele Pace. Nacque a Milano, ma i genitori erano pugliesi e si cimentò anche nella canzone napoletana. Autore geniale - scrisse, tra gli altri, proprio per Orietta Berti e Gigliola Cinquetti -, la sua voce era naturalmente beffarda e quella pronuncia particolare della “erre” lo rese volto icona degli Squallor.

Quindi, Giancarlo Bigazzi: toscanaccio, autore anche lui e produttore tra i più grandi del panorama discografico nazionale, scoprì tra gli altri Umberto Tozzi e Marco Masini. Questa la formazione base a cui, di volta in volta, si erano legati altri volti, altre voci, altre storie, altri orgasmi. Da Gianni Boncompagni a Gigi Sabani che, nel ’94, sostituì alla voce il maestro Totò Savio che lottava contro una malattia alle corde vocali.

Tutti correvano da loro, loro correvano dagli altri e si incontrarono.

Nessuna radio osò passarli mai, manco per scherzo. Loro erano troppo impegnati per mettersi a fare le serate o a far promozione ai dischi che producevano tra loro, per divertimento. Eppure fu un successo clamoroso.

I primi ellepì correvano di mano in mano, quasi fossero dei misteriosi samidzat o, più prosaicamente, manco fossero copie de “Le Ore” e di “Vampirella”. I testi erano demenziali ma scordatevi le scemità americane, conditi da maleparole e immagini surreali che non potevano fare altro che sollevare l’angoscia dell’ascoltatore, compresso ai tempi dal bigottismo da un lato e dall’impegno obbligatorio dall’altro.

Alcune canzoni sono diventate degli inni alla libertà, a modo loro. Contro ogni imposizione, di ogni genere. Nessuno si salvò dagli sfottò: comunisti, fascisti, socialisti, democristiani e persino leghisti; e ancora femministe, gay, sultani, imprenditori, ricottari e industriali. La tragedia di Shakespeare e l’epopea degli indiani d’America, tutti presi sonoramente per i fondelli insieme ai preti, a Cesare Ragazzi, alla stampa e alla tv.

Negli anni ’80, prendendo per il culo il successo dei film “musicali” che fecero sbarcare i cantanti sul grande schermo, decisero di incontrare i loro numerosissimi fans al cinema, anche loro.

Il primo, “Arrapaho” è un cult interpretato, tra gli altri, da Urs Althaus, l’Aristoteles dell’"Allenatore nel Pallone". Il secondo, "Uccelli d’Italia", è quasi introvabile e (forse) ancor più deliziosamente incomprensibile del primo. In un cameo c’è Giancarlo Magalli che interpreta l’inviato Capocchia in un surreale collegamento giornalistico live.

Entrambi furono diretti da Ciro Ippolito, un altro personaggio vero del mondo cinematografico napoletano e italiano. "Alien 2" vi dice nulla?

Quando non si videro più dissero: “Ma dove sono andati a finire gli Squallor?”.

Dal primo album, "Troia", all’ultimo “Cambiamento” sono passati ventuno anni. Dal ’73 fino al ’94. 

Il primo singolo è del 1971, “38 luglio/Raccontala giusta Alfredo”; l’ultimo del 2000, “Uh Playboys”.

Daniele Pace è stato il primo ad andarsene, per un infarto nell’85. Dicono che i suoi funerali furono come quelli del mitico Perozzi, in "Amici Miei". Se ne sono andati anche Bigazzi, nel 2011 e, sette anni prima, era stata la volta di Totò Savio. Alfredo Cerruti resta e continua a occuparsi di musica e televisione.

Ma gli Squallor non sono scomparsi. Tutt’altro. Con internet il loro mito s’è trasmesso a un’altra generazione. Cercate, per esempio, “Cornutone” su Youtube: uno solo dei tanti video ha raccolto oltre 5 milioni di visualizzazioni.

L’anticonformismo di un gruppo di discografici che s’era rotto della prosopopea degli artisti, delle etichette, delle radio, del perbenismo e del moralismo rimane nei loro album che si continuano a vendere, tanto nei circuiti dell’usato quanto in ciò che rimane dei negozi di dischi.

Oggi, lo sappiamo, non avrebbero avuto vita lunga: li avrebbero schiacciati nelle decine di guerre politiche e ideologiche spacciate per sante crociate e che invece servono solo a smuovere i sondaggi.

Ma loro se ne fottono. Vivono nei loro ellepì, nelle loro canzoni, in “Telefona...”, in “Mutando”, “Arrapaho”, “Scoraggiando”, in “Vacca”.

Ecco dove trovare un attimo di requie dall’indignazione permanente effettiva e dove ritrovarli: “Sono andati in Vacca”.

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