Il Carnevale di Montemarano, una tradizione secolare

Nel borgo dell’Alta Irpinia si rinnova, ogni anno, la sfilata delle maschere al ritmo della Tarantella
di Marina Indulgenza - 08 Febbraio 2019

A Montemarano, borgo in provincia di Avellino, il Carnevale si festeggia in due diversi momenti.

Il primo, inizia il 17 gennaio in occasione della ricorrenza di Sant’Antonio Abate e vede il suo culmine nei giorni di domenica, lunedì e martedì grasso; il secondo, nel pomeriggio della domenica successiva, con la cerimonia della “Morte del Carnevale”.

Quella del Carnevale, nel borgo dell’Alta Irpinia, è una tradizione secolare che si tramanda da padre in figlio e ciò che la rende davvero unica è il fatto di coinvolgere l’intera comunità.

Riguardo alla sua origine, l’unica fonte scritta di cui si è a conoscenza si trova presso l'archivio parrocchiale della Cattedrale S. Maria Assunta di Montemarano dove, negli incartamenti relativi agli anni 1793-1794, si cita un documento in cui si attesta che Don Pasquale Toni, il Canonico dell’epoca, durante il Carnevale, “teneva pubblici balli in casa sua, ove egli faceva da capoballanno con llommini e donne, e lo stesso ha fatto anche in seguito fuori dal Carnevale, nei giorni festivi e solenni, con scandalo di tutta la gente radunata in casa sua".

Tradizione vuole che negli ultimi tre giorni del Carnevale, un corteo festante di maschere, formato dagli abitanti del paese, dal più piccolo al più anziano, sfili lungo le strade del borgo al ritmo della Tarantella Montemaranese, unica nel suo genere.

Stando a diverse fonti questa melodia fu, probabilmente, importata dai Bulgari nel corso di una delle tante dominazioni che si sono succedute nel paese nel corso dei secoli e, solo in un secondo momento fu rielaborata dagli stessi montemaranesi.

Inizialmente, la tarantella era composta di cinque/sei motivi che venivano eseguiti da tre strumenti: organetto, ciaramella e tamburello. Fu poi elaborata dal maestro Domenico Ambrosino che sostituì la ciaramella con il clarinetto mentre l’organetto lasciò il passo alla fisarmonica.

Nel corso della sua esecuzione il suono si fa sempre più incalzante, mentre processioni di maschere si snodano attraverso le vie di Montemarano emettendo grida liberatorie, a testimoniare e rinnovare l’antica volontà di riscossa da parte degli umili, della povera gente, e innescando, così, una piccola “rivoluzione sociale” tramite la quale, proprio nel periodo di Carnevale, è possibile invertire tutti i ruoli.

Colui che ha il compito di disciplinare i cortei è il “Caporabballo” (capo del ballo), riconoscibile dal tipico vestito bianco fatto di pizzi e ricami e coperto da un mantellino rosso, una fascia rossa intorno alla vita e il copricapo bianco a forma di cono con l’estremità adornata da fiocchi bianchi e rossi. Con sé porta un bastone, simbolo dell’autorità. In passato aveva anche un sacchetto contenente dei confetti – come auspicio di abbondanza e prosperità  – da lanciare contro le finestre per invogliare la gente a partecipare.

Il perché del bastone si spiega dal fatto che, anticamente, i “Caporabballo” erano coloro che, nella scala sociale, occupavano un posto inferiore e prendevano “bastonate” nella vita di tutti i giorni. Per questo il Carnevale consentiva loro, seppure per un breve periodo, di prendere il comando e rivalersi sulla società con il consenso dei nobili. Si racconta, infatti, che fino agli anni ’50 le famiglie più in vista del paese aprissero le loro case alla popolazione in maschera per offrire grandi quantità di cibo e vino.

Il Caporabballo”, tuttavia, non è l'unica maschera tradizionale che sfila nel corteo del Carnevale di Montemarano.

La più particolare è “O Pezzaro", così definita perché composta da tante piccole stoffe di scarto. Nel passato era utilizzata maggiormente dalle famiglie che avevano maggiori difficoltà economiche perché, non potendo acquistare un costume, cucivano una ad una stoffe di vari colori.

Seguono poi il “Vecchio”, che indossa pantaloni e giacca di velluto a coste molto larghe con bottoni di metallo, calzettoni bianchi, un gilè a ‘cammisola’, un fazzoletto rosso legato intorno al collo, una fascia larga alla vita che scende in un fianco e un cappuccio bianco, e che fa spesso coppia con la “Pacchiana”, vestita di una gonna di flanella rossa, un corpetto di velluto nero, mutandoni bianchi che arrivano al ginocchio, una camicetta bianca scollata, calze bianche adornate da nastri e un busto stretto e aderente. In testa porta un fazzoletto colorato e lavorato con finissimi ricami, mentre ai piedi porta zoccoli di legno adornati da nastri rossi.

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