Quando la Sindone si rifugiò da Mamma Schiavona

Durante il Secondo Conflitto Mondiale, in gran segreto venne custodita a Montevergine
di Giovanni Vasso - 02 Febbraio 2019
Quando la Sindone si rifugiò da Mamma Schiavona

Sette anni a Montevergine. Nascosta dietro l’altare del Coro di Notte, all’insaputa di quasi tutti i monaci del Santuario. La Sacra Sindone trovò rifugio da Mamma Schiavona e così scampata ai rigori della Seconda Guerra Mondiale.

E’ una storia che sta venendo fuori solo negli ultimi anni, grazie all’impegno di alcuni storici che hanno dovuto affrontare la corte di silenzio così fitta che si creò attorno al trasferimento della reliquia dalla Cappella Guarini di Torino fin giù in Irpinia. I fatti sarebbero avvenuti pochi giorni dopo l’attacco della Germania sferrato alla Polonia, il 6 settembre del 1939, infatti, le gerarchie vaticane e gli uomini di casa Savoia – cui apparteneva formalmente la Sindone – decidono di nasconderla.

Intuiscono che il conflitto, presto o tardi, potrebbe investire anche l’Italia. Capiscono che Torino è città fin troppo esposta ai bombardamenti. Avranno ragione: nemmeno ventiquattr’ore dopo l’entrata ufficiale dell’Italia in guerra, il capoluogo piemontese verrà fatto bersaglio delle bombe. Dal ’40 al ’45 Torino sarà bersagliata per decine e decine di volte, i morti saranno migliaia.

Ma c’è anche un altro tarlo che assilla gli uomini di Chiesa. I tedeschi non lesinano sforzi per trovare reliquie, oggetti ritenuti magici o, comunque, utili da utilizzare (almeno) sotto il profilo della propaganda. Appena potranno, se ne impadroniranno. Assediata da più fronti, l’unica è scappare, trovare un’altra casa.

Così, dopo aver inizialmente pensato a Montecassino (ipotesi per fortuna tramontata, anche perché l’abbazia laziale fu rasa al suolo dagli anglo-americani), i funzionari della casa reale e gli uomini del Vaticano pensarono a Montevergine. La Sindone giunse qui dopo essere rimasta per qualche tempo al Quirinale.

Arrivò in macchina, il 25 settembre del 1939, scortata da un corteo che fece di tutto per apparire anonimo e non destare alcuna attenzione.

Venne subito nascosta in una nicchia dietro l’altare del Coro dove i monaci si riunivano a pregare. All’abate Giuseppe Ramiro Marcone venne consegnata la responsabilità della custodia e del segreto. Inoltre gli venne affidata la licenza di poter trasferire il Sacro Lino in un tunnel sotterraneo del Santuario in caso di bombardamento. Avellino non fu risparmiata dalle bombe, il 14 settembre del 1943 il capoluogo irpino fu bersagliato dagli aerei americani.

Quando la guerra finì, terminò anche la necessità di tener nascosta a Montevergine la reliquia tra le più interessanti della cristianità. Il 28 ottobre del 1946 era caduto il fascismo, era finita la guerra ed era stata sconfitta, al referendum, la monarchia. E la Sindone, passata la buriana, poté ritornarsene a Torino.

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