Libri. Multiplo di tre di Fede Torre

Una vita nata all’età di tre anni, sviluppatasi sui multipli del tre, per lavorare alla propria versione 3.0
di Valerio Boffardi - 16 Dicembre 2019

È difficile trovare un libro che non si possa classificare in nessun genere o sottogenere letterario. "Multiplo di tre", di Fede Torre (Le Fate Editore), è uno di questi.

Le parole scorrono fluide, una dopo l’altra, accompagnando il lettore in un viaggio nella mente dell’autore.

Sarebbe riduttivo definire questo libro una raccolta di racconti. Più corretto, invece, chiamarlo album fotografico perché, leggendo le storie che lo compongono, si ha la sensazione di guardare istantanee che si susseguono su uno schermo. Sta al lettore decidere di proiettarle in sequenza, o assaporarne un po’ alla volta.

‘’Sono nato che avevo tre anni […] A  42 ne avevo 39, ma evitai la crisi dei 40 perché ne avevo già 60’’, ci confida l’autore, descrivendo il contrasto tra le due età, quella mentale e quella anagrafica.

Sembra essere questo uno dei fili conduttori tra le varie storie – in apparenza così diverse – che compongono l’opera: l’interiorità, da un lato, la realtà esterna, dall’altro.

Così, non è azzardato mettere sullo stesso piano le situazioni che ci vengono narrate.

Si va da una banale erezione mattutina, ‘’di grandi ambizioni nata e in un pantalone finita’’, alle confessioni del conte Dracula, prigioniero del proprio ruolo, ma desideroso di morire come gli altri; da una donna che rispolvera vecchie foto e, così, ‘’sconfigge il tempo’’, alle gesta di Ulisse rilette in chiave moderna ed ironica; dalla vecchietta che compra la tomba prima della casa, ‘’perché ritiene la vera vita, la morte’’, alla carriera del tennista Ivanisevic.

Tra un racconto e l’altro, sono presenti anche riflessioni libere, frasi sciolte a metà tra prosa e poesia. Sono queste le parti più personali del libro, in cui l’autore si lascia andare ad un vero e proprio flusso di coscienza.

‘’I romani urlavano davvero pugno pugnas pugnat per incitarsi?’’, si chiede Fede Torre con ironia, quasi a ricordarci che, tra ciò che crediamo di aver imparato e la realtà c’è un abisso di sfumature.

D’altra parte, lui stesso ci dice che ‘’un clown dà un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è questo il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è questo il suo senso’’.

In queste parole, l’autore ci svela il trucco della sua scrittura: saper giocare con le parole e col loro significato. Un approccio sperimentale che, tra troppe voci uniformi per stile e tematiche, merita senza dubbio attenzione.