Musica. Come è finito il mandolino in soffitta?

Nella storia dello strumento più amato (e poi odiato) c’è un racconto senza frontiere della musica
di Giovanni Vasso - 10 Ottobre 2017
Musica. Come è finito il mandolino in soffitta?

Trema, il mandolino languido. Levantino, con (falso?) passaporto nordico. Lo strumento popolare per eccellenza, che del popolo ha finito per incarnare i difetti, più che i pregi. A metterlo all’angolo, a confinarlo negli androni polverosi della musica non è stata la retorica quanto la mancanza di composizioni a lui dedicate, su cui i virtuosi potessero esercitarsi, esibirsi, lanciarsi a raccogliere i doni della Musa.

Il mandolino è il figlio popolano della nobilissima famiglia dei liuti. Spesso s’accompagnava, in trio, all’aristocraticissimo violino e alla chitarra, prima che diventasse un feticcio piacione da falò. Gira con il coltello in tasca, come facevano Rugantino e i guappi di una volta. Non ha smesso la giacchetta color gianduia, né per il frac e nemmeno per un paio di blue jeans.

Il capostipite, appunto il liuto, ritornò all’Europa portatoci dagli Arabi che, a loro volta, l’avevano trovato in Persia. Fu uno scrigno preziosissimo, quella terra per i conquistatori venuti dal deserto. Tanta "grecità", qui rifugiata, mitigò e arricchì l’Islam delle origini, dal tesoro delle scienze ellenistiche nacque il genio di Avicenna e di Averroè. Fu (anche) il liuto che convinse i primi musulmani a non aver paura della musica strumentale.

Tecnicamente, il mandolino è una variazione della mandola che a sua volta deriva dal liuto. Non è uguale dappertutto, sono attestate storicamente differenti versioni regionali dello stesso strumento. Il mandolino siciliano ha corde triple all’acuto e doppie al grave, quello senese ne ha cinque (o sei) semplici. Il mandolino padovano ha la cassa piccola, quello tedesco (sissignori) ha il fondo piatto, quello portoghese è grande e largo.

Il “re” è ancora quello napoletano: quattro corde d’acciaio, intonato alla maniera del violino, cassa bombata che conserva la forma di una pera. Caratteristico del mandolino è il tremolo, il suono vibrato ottenuto grazie al plettro (o alla “piuma”) che dà allo strumento la voce sua inconfondibile, quella che accompagna mille e più serenate, struggimenti d’amore in musica, idilli patrizi e plebei, lamenti medioevali, canti a figliola e le canzoni a fronna ‘e limone, il fado lusitano.  

Fu, però, il protagonista indiscusso della musica “alta”, un sommo compositore quale è stato Giovanni Paisiello ha scritto due concerti per mandolino.

Ebbe così successo che lasciò presto le dorate corti e finì tra il popolo. Il mandolino, più che uno strumento, è ancor più di un’icona. Un simbolo di una cultura e qui il riferimento non può che andare a quella napoletana. Però certi si fanno ingombranti quando da emblemi passano a cliché. Sole, pizza e mandolino a intendere la leggadria dell’esistenza che si aggrava nelle paturnie da innamorati, che dell’allegrezza epicurea di chi sopravvive ogni giorno alla furia dormiente del vulcano e a quella instancabile del mare fa inno sciocco alla pancia, che della generosità e dell’eros fa strazio di core e sentimiento, facendo delle lacrime l’unica sua, forzatissima, ragione.

Il mandolino, perciò, stramazzò sotto i colpi di chi si era stufato della retorica delle cinquanta e più sfumature di povero ma bello che (ancora, sotto mentite e modernissime spoglie) va per la maggiore a Napoli. Ma che colpa ne ebbe, il mandolino?

Quella (vera) sarebbe di non aver destato abbastanza l’interesse di musicisti e compositori. Il mandolino non è strumento da orchestra, non è riuscito a superare indenne il suo stesso successo. Di lui s’accorse Gustav Mahler, alla ricerca del selvaggio, dell’ingenuo, dell’autentico e del popolare, che ne scrisse attorno la Settima Sinfonia. Che è musica difficilissima, non per tutti. Così come è difficilissimo, e non per tutti, scindere il grano dell’eredità culturale dal loglio delle esagerazioni che snaturano (nell’uno o nell’altro senso) la propria identità.

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