I Borbone tra antiche rovine e i binari dell'industrializzazione

Un itinerario attraverso gli Scavi di Ercolano, la Reggia di Portici e il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa
di Rosanna De Simone - 05 Novembre 2019

Non è difficile immaginare, al giorno d'oggi, le bellezze delle antiche città romane di cui, periodicamente, si riscopre ancora una traccia.

Gli Scavi Archeologici di Ercolano rappresentano, in Campania, il sito che per primo ha dato inizio a queste attività di recupero e di scoperta del passato.

Nel 1711 un contadino, scavando per realizzare un pozzo si ritrovò a sollevare dei marmi al posto dell’acqua. Gli scavi nel suo orto fecero così scalpore che la notizia arrivò fino al re Carlo di Borbone il quale incaricò alcuni generali di iniziare gli scavi e la spoliazione. Successivamente, si scoprirono anche gli antichi resti di Pompei, Stabiae e Torre Annunziata.

L’antica città di Ercolano si estendeva per oltre 20 ettari, anche se sono stati scavati e riportati in luce solo 4. Gli scavi testimoniano come una delle città, a seguito dell'eruzione del 79 d.C., sia rimasta sepolta nella lava e cristallizzata nei secoli. Ma più dei suoi edifici, che testimoniano un mondo antico fatto di cultura e tradizioni lontanissime, sono i300 scheletri rinvenuti - tra uomini, donne e bambini - a raccontarci la tragedia di un evento per loro inspiegabile.

Il re Carlo di Borbone fu così colpito dalle bellezze di questi ritrovamenti che volle collezionarli nella Reggia di Portici, una residenza reale che fu fatta costruire per volere suo e della moglie Maria Amalia di Sassonia. La collezione divenne sempre più grande e pregevole per il re, tanto che vi allestì un vero e proprio museo archeologico per mostrare a tutti i suoi ospiti le mirabili opere. Dell'intera collezione, la macchina per aprire e leggere gli antichi papiri resta ancora oggi l'elemento più caratteristico. Gran parte di queste opere sono poi andate a formare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La dimora è stata, nel tempo, arricchita con il mobilio voluto da Gioacchino Murat e dalle decorazioni commissionate dal re Ferdinando II; oggi rappresenta un mirabile esempio di architettura, ricca di pregevoli decori.

La struttura è costituita dalla reggia con gli appartamenti reali, il bosco superiore, il bosco inferiore, il galoppatoio, il castello fortificato sul versante superiore, il teatro, l’orto botanico e i giardini privati. Dopo la seconda metà dell'Ottocento, non essendo più una residenza reale, alcuni appartamenti furono affittati da un gruppo di artisti d’influenza verista che formarono la cosiddetta Scuola di Resina. Tra i membri si ricordano artisti di fama internazionale come Giuseppe de Nittis e Nicola Palizzi, e risulta che anche lo scultore Vincenzo Gemito avesse contatti con la scuola.

Oggi alcune sale del palazzo sono sede della Facoltà di Agraria della Federico II di Napoli, altre rappresentano parte dell’Herculanense Museum, dedicato alla Reggia e ai primi ritrovamenti archeologici di Ercolano.

La Reggia di Portici divenne ben presto per i Borbone una delle residenze principali, grazie sopratutto al museo annesso. Nacque così il bisogno di avvicinarla a Napoli.

Il 3 ottobre del 1839, appena dieci anni dopo l’inaugurazione della prima tratta ferroviaria al mondo, la Liverpool-Manchester,  il re Ferdinando II inaugurò la tratta Napoli-Portici, evento che mise il Regno delle Due Sicilie “sui binari” dell’industrializzazione. La locomotiva Vesuvio permetteva al re e a tutta la sua corte di raggiungere due residenze reali, quella napoletana e quella porticese, in appena undici minuti.

Il re aveva compreso l’importanza di quest’invenzione, per cui nel 1840 fece costruire un opificio dove si realizzassero le locomotive per il regno. L’opificio di Pietrarsa fu il fiore all’occhiello del Regno e Ferdinando condusse personalmente Papa Pio IX e lo Zar Nicola I in visita alla fabbrica. Nel 1853 la scultore Pasquale Ricca realizzò la statua del sovrano che fu fusa nell’opificio stesso. La statua del re è posta ancora oggi nel cortile, verso il mare, verso la sua amata Napoli. In realtà all’interno dell’opificio vennero realizzati, durante il regno borbonico, anche armi e alcune lavorazioni pirotecniche, persino due candelabri per il Palazzo Reale.

La lavorazione delle locomotive rimase un fiore all’occhiello tanto che all’Esposizione Universale di Vienna del 1873 la locomotiva borbonica vinse la medaglia d’oro. Solo nel 1975 la fabbrica cessò la lavorazione, ma dal 1989 si è portato avanti il progetto museale che ha dato vita al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa. Il museo oggi conserva oltre venti esemplari di locomotive ottocentesche e oltre una trentina di vagoni novecenteschi; su molte di queste i turisti potranno esplorare dalle sedute dei passeggeri fino alla cabina del comandante.

Tutti e tre i siti sono aperti al pubblico per consentire di ripercorrere questa antica quanto moderna storia.