Da Montecorvino Rovella la storia vera di Romeo e Giulietta

Sullo sfondo della vicenda una sanguinosa lotta nel paese salernitano durante il XIV secolo
di Giovanni Vasso - 01 Dicembre 2014
Romeo e Giulietta

L’otto giugno del 1993, il Corriere della Sera, a pagina diciannove, annunciò ai suoi lettori un’entusiasmante scoperta storico-letteraria: Romeo e Giulietta sarebbero stati salernitani e la loro (vera) storia si sarebbe svolta sullo sfondo di una sanguinosissima lotta nella città di Montecorvino Rovella, più o meno attorno al quattordicesimo secolo.

Secondo gli storici locali e non, William Shakespeare avrebbe tratto spunto dall’opera di Masuccio Salernitano che, nella trentatreesima novella del suo “Novellino”, raccontò la storia avventurosa e tragica dell’amore di Mariotto e Ganozza, ambientata tra Siena e Alessandria. I punti di contatto tra il Novellino e la tragedia del Bardo si sprecano: il finto avvelenamento della bella Ganozza, l’uccisione “di un cittadino in vista”, il tragico equivoco che porta alla fine dei due amanti. Ma, secondo lo storico salernitano Geremia Paraggio che, ventun anni fa annunciò il risultato dei suoi studi al Corriere, ce ne sarebbe un altro di punto in comune che porterebbe direttamente Romeo e Giulietta nel cuore dei Monti Picentini.

La novella XXXIII potrebbe essere stata modellata sulla scorta di una storia vera accaduta, nel quattordicesimo secolo, a Montecorvino Rovella. Come accade nel dramma shakesperiano, due famiglie – che non si chiamano Capuleti e Montecchi ma Damolidei e D’Arminio – sono in lotta, furente, tra di loro. Come riporta lo storico locale Nunzio Di Rienzo “Il territorio era suddiviso in numerose parti: una di proprietà della Mensa Arcivescovile, un’altra apparteneva al Regio Demanio, altre parti erano di pertinenza delle due famiglie che si schierarono chi per la Mensa chi per il Demanio”. Ebbe così inizio una guerra sanguinosa tra guelfi e ghibellini che aveva un suo macabro rituale: su un ceppo di quercia collocato ai “confini” delle rispettive aree di influenza, venivano regolarmente sacrificati dai carnefici delle famiglie i prigionieri del “clan” avversario. Alle esecuzioni assistevano tutti. E fu proprio “incontrandosi” in una di queste cruente esecuzioni che Davide D’Arminio si innamorò, perdutamente, di Maria Teresa Damolidei. Che lo ricambiava. Grazie ad una guardia corrotta, Davide riuscì ad incontrare, di notte, la sua Maria Teresa. Peccato, però, che quella guardia fosse davvero corrotta e lo fece arrestare dalla famiglia di lei che già pregustava la sua uccisione in pubblica piazza. Vedendo l’amante imprigionato e senza speranze, la ragazza fuggì andandosi a consegnare ai D’Arminio.

Così i mammasantissima delle due famiglie si trovarono di fronte allo stallo: uccidere l’uno sarebbe equivalso a condannare a morte l’altra. La soluzione, alla fine, la trovò un frate francescano, padre Bernardino D’Enza. Chiamò a sé i capi dei D’Arminio e dei Damolidei e fece loro una proposta indecente: lasciate che i ragazzi si sposino e deporrete tutti, con onore reciproco, le armi. Così andò. Davide e Maria Teresa si sposarono e, come narra la leggenda, su sancita la pace. Al posto del ceppo insanguinato sorse l’altare attorno al quale venne costruita la chiesa dedicata a Santa Maria della Pace. Finisce, questa storia, con un bel lieto fine. Poco male, però. La leggenda, passando da Masuccio Salernitano fin al Bardo, s’è trasformata nella tragedia che, più di qualunque altra, ha infiammato il cuore di chiunque sia stato, almeno una volta nella vita, davvero innamorato.      

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