Folklore e balli: la tradizione della giuglianese

Canto contadino che accompagna lo scorrere del tempo tra i campi

La vita, la morte, l’amore. Il tempo del lavoro e anche quello del riposo. Tutto ha un suono, ha un ritmo. Ed è  quello di un tamburo, e su quello, direbbe il saggio “ca s’abball, si canta e s’sona” ovviamente alla giuglianese. Una tradizione vivente che abbraccia attorno a se tutto il litorale Domitio.

Nelle terre felix attorno a una Napoli Capitale nacque, e non è dato sapere quando, una ballata che ha superato lo scoglio del tempo attraverso i suoi fedeli testimoni, eredi e figli.

“Vorremmo tanto poter rintracciare, con precisione, la data di nascita di questa nostra tradizione, ma non possiamo. Camminare sulle sue tracce e riportarla in vita è il nostro compito. Cantarla, suonarla e ballarla riproponendo non solo suoni, melodie e passi ma soprattutto il rito della tradizione – ci racconta Margaret Ianuario una delle componenti insieme a Daniele e Dario Barone, Michele Arpa, Mario Musetta, Giovanni Saviello e Felice Cutolo dei Damadakà, gruppo che nasce agli inizi degli anni ‘90 cominciando una propria ricerca sulle origini delle tradizioni e della musica popolare del Sud Italia, muovendosi nella direzione del recupero di una memoria musicale.

Con il suo racconto dentro la vita contadina e i suoi tempi, la sua logica ed il suo sentimento, scandisce con noi quello che un calendario della tradizione, dove le ricorrenze dell’anno dei contadini sono scandite dalla melodia della Giuglianese che “ball ‘ncopp ‘o tammurro”.

“Il contadino che guarda la terra lo fa con speranza, si augura che gli darà quanto seminato, perché da essa dipenderà non solo la sua vita, ma anche quella della comunità, dall’abbondanza del raccolto o della vendemmia insomma dipende il suo futuro. Quella speranza, ha una voce e si rivolge a Dio, che è suono, e al suono, il contadino, parla col suono dei canti, della tammorra e dei piedi che muovono sulla terra. E la speranza arriverà a Dio” – afferma Margaret.

Il tempo del suono segue ed accompagna la terra, nel riposo e nel risveglio. Che si tratti di “celebrare” Sant’Antuono il 17 gennaio, quando nei cortili delle case si inalberano al cielo i focarazzi, la legna fine arde ed i carboni divengono roventi attorno al cibo che sfamerà la comunità. E’ tempo di semina e di speranza, per questo “se sona, sa abball e se canta”.

E nonostante sia gelido, febbraio, si torna a cantare e a suonare. La Candelora (il 2 febbraio), avvisa i contadini che i semi piantati stanno per vedere la prima luce. I giorni corrono veloci e prima che sia Quaresima e il silenzio del digiuno e dell’astinenza abbia il sopravvento, si torna a far festa: “La Quaresima, è un momento di rispettoso silenzio nel quale la comunità si ritrova, ma nei giorni immediatamente precedenti, la stessa si lascia impadronire dal caos. Dal rumore dei tamburi, delle nacchere e dai suoni della festa”, sottolinea Margaret Ianuario.

E nel lunedì in Albis che giunge l’appuntamento più atteso. Si onora ‘A Maronn e l’Arco: “La primavera è quasi alle porte. La terra si rinnova ed anche la speranza – racconta. E’ il momento di andare, preparare carri e strumenti. Le parenze, nelle quali si ritrovano elementi di una stessa famiglia o comunità, si incamminano verso la Madonna dell’Arco e le portano, cantando e ballando, le loro speranze”.

Un luogo di culto e di incontro dove le paranze, provenienti da tutte le provincie della Campania si ritrovano e le tradizioni, anche. Ma i giuglianesi hanno anche un altro luogo che li attende: “La madonna di Briano che ci accoglie, nel periodo subito dopo le festività pasquali. Non possiamo riposare, non è più il momento, i carri, i canti e la sfida, ovviamente amichevole, tra tutte le paranze accorse, ci attende”.

Ed anche quando il raccolto non sarà stato generoso e la terra non avrà dato i frutti sperati, si ringrazia, colei che ha ascoltato: “In settembre c’è la “Juta” a Montevergine, che il raccolto sia stato buono o no, cantori, ballatori e suonatori danno voce ai ringraziamenti. Perché la Madonna si ricordi sempre di loro e delle loro preghiere”.

Per amore, per dolore, per speranza. Questo ed altro nei canti d’amore, di devozione, di lavoro:  “Il canto, il suono del canto, è il modo in cui i contadini parlano a Dio, ma anche all’ amata, da conquistare, al proprio caro, che non c’è più. Attraverso quei suoni ritrovano il conforto perduto ed alleviano le sofferenze o le fatiche del lavoro, mentre battono i fagioli, raccolgono l’uva. In ogni momento della loro vita il canto è presente, come Dio, come la speranza”.

Una tradizione contadinache sta affrontando suo malgrado il cambiamento dei tempi: “Questa meravigliosa tradizione ha già subito dei cambiamenti. Nel tempo sono cambiati, ad esempio, alcuni strumenti come ‘o sisco, che un tempo era un vero e proprio flauto traverso e dal dopo guerra è divenuto un flauto diritto con l’imboccatura di un flauto dolce, non perdendo comunque la sua particolare sonorità. I ballatori, poi, oggi utilizzano le l castagnette che hanno sostituito il fazzoletto. Oggi questa tradizione è soprattutto scoperta, da parte di chi ancora non la conosce, e riscoperta ed approfondimento da parte di chi da tempo la ama. Per il futuro dobbiamo solo lavorare e continuare a tenere stretti valori e significati di questa tradizione, rinnovando e riproponendo il rito. Tramandare questo sapere è tramandare la nostra identità” – conclude Ianuario.

a cura di Arianna De Martino

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