Libri. “Il Tesoro di Boscoreale” e la storia di Maxima

Le vicende, le curiosità e il catalogo completo dei reperti

Nell’Italia del sud le donne sono da sempre depositarie “ultime” di un sapere antico, che sia esso legato alle circostanze di un singolo, di una famiglia o di un paese intero.

Questa è la storia di tre donne, tre custodi del proprio tempo.

In un campo come quello dell’indagine storiografica e archeologica, che troppo spesso pare essere una prerogativa esclusivamente maschile, la professoressa Lucia Oliva si è più volte distinta quale ricercatrice, autrice di varie pubblicazioni e curatrice di mostre legate principalmente alla storia del suo paese: Boscoreale.

In particolare, la professoressa Oliva ha focalizzato l’interesse della sua ricerca su quella vasta collezione di raffinate argenterie romane – ora esposte al Museo Louvre di Parigi – rinvenute in località Pisanella, nell’aprile 1895 tra le rovine di una villa rustica che era stata completamente seppellita a seguito della devastante eruzione del Vesuvio del 79 d.C. E proprio su questa importante scoperta che si fonda la sua ultima indagine dal titolo: “Il Tesoro di Boscoreale”, un testo edito da Il Quaderno Edizioni e redatto con Adriano Conato, studioso di arte contemporanea e collaboratore per varie testate giornalistiche. Il libro racconta, evitando accuratamente di ostentare qualsiasi finalità didascalica o pretenziosità scientifica, gli episodi successivi al ritrovamento del tesoro, alcuni storicamente dimostrabili, altri invece risalenti a una tradizione orale propria della comunità e per questo ugualmente necessari ai fini divulgativi del progetto stesso.

È la storia di un paese, di una civiltà passata, di leggende, di nomi illustri e altisonanti, ma è anche una storia di amore e fedeltà, che ha per protagonisti Vincenzo De Prisco – scopritore del tesoro, funzionario del Ministero delle Finanze, archeologo per passione e deputato al Parlamento Italiano per due legislature – e l’austriaca Sofia Kohut, sua moglie, che fino alla fine difese, subendo addirittura due processi, ciò che era l’ultimo “bene” ottenuto dai proventi della vendita dei reperti: il palazzo di via Sanfelice, a Boscoreale, alle cui pareti De Prisco aveva fatto dipingere soggetti della villa di Fannio Sinistore (sempre da lui scoperta nel 1899) e dove lei aveva trascorso giorni felici, degna custode dei segreti celati tra quelle mura che erano state per cinquant’anni il deposito dei ritrovamenti degli scavi condotti dal marito.

Ma chi era il vero proprietario di questo tesoro la cui vendita fruttò ottimi guadagni? Poteva essere quella donna il cui scheletro fu rinvenuto nella corte dei torchi? Era forse lei la padrona di casa che indossava splendidi orecchini in oro incastonati con tre topazi? Era lei che si chiamava Maxima, come si evince dai quarantacinque pezzi segnati con questo nome? Il segreto è custodito per sempre in quella villa, in quella cisterna per il vino dove fu rinvenuto quel tesoro che la nostra protagonista doveva preservare ad ogni costo.

Possiamo solo immaginare che in quegli attimi di terrore, mentre gli schiavi e i liberti fuggono, gli unici che restano a farle compagnia sono la sentinella, il vecchio custode e due guardie che la accompagnano al torcolarium, un luogo sicuro per la solidità del tetto, e le portano il letto, la cassa con i vestiti e alcuni oggetti necessari per la toletta. Il servitore, risalendo più volte, sistema il tesoro nella cisterna vuota, dove di solito viene messo il vino, mentre lei impartisce gli ordini bagnandosi il drappo sul viso per evitare il soffocamento. Resisteranno così venti ore, lottando tra la vita e la morte, poi una colonna di cenere e lapilli sprigionerà dal Vesuvio e sommergerà tutto, definitivamente, lasciando a Maxima il compito di vegliare per millenni sul suo bene più prezioso.

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