Maria Vitale: la donna del telegrafo di Matilde Serao

Un’istantanea precisa e un racconto di denuncia sulle condizioni lavorative di fine Ottocento

Maria Vitale cammina assonnata per le viuzze della città, baratterebbe qualsiasi cosa, pur di dormire qualche ora di più la mattina. Ma forse quel giorno è uscita di casa troppo presto, questo non può saperlo, perché non ha nemmeno un orologio con sé, non può permetterselo. L’incontro con il caffettiere ambulante nel Vicolo dei Bianchi, conferma il suo sospetto. Sono appena le 5 e trenta, l’ansia di far tardi e di beccarsi una multa sul posto di lavoro, hanno buttato giù dal letto Maria. Lei è gentile a lavoro, non dice mai di no a nessuna delle sue colleghe, un cambio turno, un doppio turno. Un turno da fare la notte di Natale. È generosa Maria. Eppure è la più fragile, nello spirito e nel corpo. Sempre raffreddata, certo quegli uffici umidi non aiutano la sua salute cagionevole. Avrebbe dovuto ad un certo punto riposare, riprendere forze, il sonno perduto. Come tutte.

Maria è una telegrafista, proprio come lo era Matilde Serao poco dopo aver terminato gli studi. Questo racconto è autobiografico, la scrittrice da voce ai suoi pensieri e fa rivivere tutte le sue emozioni attraverso le protagoniste di “Telegrafi dello Stato“- storia tratta da “Il romanzo della Fanciulla” – in una splendida veste di Alessandro Polidoro Editore.

Il racconto è la fotografia esatta dello sfruttamento che le donne subivano (e ancora subiscono) in ambito lavorativo. La Serao in questo è divina. Disegna con grande maestria, un’istantanea precisa di quel tempo, di quegli uffici troppo bui e privi di buone speranze. Donne piegate e curve sulle loro schiene, pronte a ricevere ogni comunicazione, rispondere ad ogni messaggio. Salerno, Napoli, Roma. Ausiliarie telegrafiche della sezione femminile, connesse con più città, ma lontane dal loro futuro. Era vietato intraprendere comunicazioni personali, distrarsi, commettere errori. Tutte in riga all’arrivo del direttore, maschio. Con lo sguardo rivolto alle finestre, le telegrafiste, ognuna con le sue peculiarità, sognano un domani migliore per godere dei piccoli piaceri della vita. Un domani con più luce. Sognano stanche e assonnate, eppure continuano a crederci e ad essere devote ad un lavoro malpagato. Per cosa, poi? Guadagnare poche lire, o per dimostrare di esserci, di servire alla società di cui fanno parte. Fino a che punto può valerne la pena?

Subito dopo una quiete si allargò nell’ufficio. Napoli era isolata: i tasti, le macchine, gli isolatori, parevano colti da una improvvisa morte: la corrente era morta. E attorno alla direttrice, che veniva dal cimitero, le ausiliarie, aggruppate, rimpiangevano Maria Vitale che era morta“.

È questo il triste epilogo di “Telegrafi dello stato”, la risposta crudele ma vera, ad una domanda che ancora oggi molte donne si pongono: fino a che punto può valerne la pena?

Il libro è arricchito, aspetto che ho molto apprezzato, dalla prefazione di Vincenza Alfano e da una meravigliosa intervista di Ugo Ojetti.

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