Mo’ vene ‘o Mammone”, storia di un povero diavolo

Le radici e la trasformazione di una figura presente nella vita di ogni bambino

Guai a fare i cattivi perché, nell’ombra, attende sornione il Mammone. È questi una delle figure cardine dell’immaginario popolare declinato all’infanzia. Come Maria Longa, era mostro atto a punire le insolenze dei bambini capricciosi. Spesso si faceva vedere di notte, specialmente quando inizia a fare tardi e i bimbi testardi non vogliono ancora andare a letto.

La storia del Mammone è quella di un “povero” diavolo. L’etimologia si perde nell’aramaico antico, la lingua che parlava Gesù. Mammona (e non Mammone) Attestato è nei vangeli. In Luca nella parabola del fattore infedele che si frega i talenti del padrone e che viene chiamato a fare una scelta: o vive leale al masto (che poi sarebbe Dio) oppure si dedica alle ricchezze materiali di questa valle di lacrime. E in Matteo, nel solenne Discorso della Montagna: Non potete servire contemporaneamente Dio e Mammona. O l’uno o l’altro, o il cielo o la terra: Mammona, difatti, è termine che indica grossi capitali accumulati in fretta e senza troppi scrupoli. Diverse teorie più o meno recenti hanno visto in questa la demonizzazione degli dèi stranieri, così come accaduto negli anni a Belzebù, Belfagor. Mammona è un diavolo perché sarebbe stato un dio della ricchezza (alla Plutone, per capirci) naturalmente connesso al mondo inferno, sottoterra, là dove si nascondono i tesori.

L’enciclopedia giudaica però rifiuta decisamente questa lettura attribuendola alla suggestione della personificazione che ne fa il poeta inglese John Milton ne Il Paradiso Perduto. L’esegesi cristiana, però, di Mammona ha altra considerazione e, quantomeno, ne avvalora il contenuto demoniaco almeno come attributo del diavolo se non come autonoma presenza infernale.

Per secoli, però, i cristiani del Sud l’hanno sentito nominare in ogni maniera e sempre contrapposto a Nostro Signore. Facile, quindi, legare il termine Mammona a un animale oscuramente sacro (nozione, quella della sacralità, che l’immensa sapienza latina conosceva bifronte nella sacertas) come per anni sono stati considerati i gatti. Nata così la leggenda del Gatto Mammone che, studiata oggi, sembra riattualizzata da quella del chupacabras. Ma sì sa, e questo fatto lo dimostra a suo modo, che la storia si attua sempre due volte, prima come tragedia e poi come farsa postmoderna. Intanto il Gatto Mammone, dagli attacchi notturni al bestiame s’era specializzato a rapire i bambini ed entrò di diritto nei cunti, nelle favole e nei racconti popolari.  

Così, di storiella in storiella, di cazziatone in cazziatone, il Mammone e il suo potere infernale sono andati scemando, così come è accaduto a tante altre figure un tempo temutissime e poi praticamente esorcizzate. Come è stato, nell’Europa che s’andava cristianizzando nel primo Medioevo, per la figura di Arlecchino che, da dio è diventato capintesta delle legioni infernali prima di finire a far la maschera della Commedia popolare italiana.  

Da sulfurea divinità della ricchezza a spauracchio per bambini, la storia del Mammone è quella di un povero diavolo. 

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