Tre curiosità sui quadri di Monet

Le opere sono esposte presso la mostra all’interno della Chiesa di San Potito

All’interno della secentesca Chiesa di San Potito a Napoli è ospitata, fino a le ottobre, Claude Monet: The Immersive Experience, mostra multimediale immersiva dedicata al padre dell’Impressionismo.

Una sezione dell’esposizione ospita alcune riproduzioni di tele del pittore, che ci permettono di conoscere meglio la sua vita, il suo modo di dipingere e la sua concezione dell’arte. Ve ne presento tre.

Crepuscolo a Venezia, olio su tela, 1908

Nel 1908 Monet e sua moglie Alice Hoschedè partono per Venezia. Alloggiano a Palazzo Barbaro, enorme edificio rinascimentale situato sul Canal Grande. I primi giorni passano in un lampo, senza che il pittore possa mettersi a lavoro ma poi decide di esplorare la città ed imprimere nella tela le emozioni e le impressioni che la città costruita sull’acqua gli suscitano. Costantemente attratto dall’elemento acquatico, Monet si cruccia di non essere arrivato qui in più giovane età, quando riusciva a sopportare anche dieci ore ininterrotte di sessione di pittura. Ora invece è vecchio e stanco, e quasi teme di non riuscire a restituire sulle tele quel caleidoscopio di colori che la luce, riflettendosi sull’acqua presente ovunque, genera. Nascono così le bellissime ed intense vedute dell’Isola di San Giorgio, rappresentata sia all’alba che al tramonto

Studio per due figure en plen air, olio su tela, 1886

Monet è in vacanza sull’Isola delle Ortiche e Suzanne, la sua figliastra, passeggia su di un prato fiorito riparandosi dal sole con un ombrellino. È una folgorazione. Il nostro pittore per la prima volta si dedica ad una figura umana realizzata in dimensioni tali da occupare l’intero formato del quadro. Suzanne viene ritratta da due angolazioni, mentre volge la testa prima a destra e poi a sinistra. È la prima volta che Monet prende le distanze dal concetto di serie, che aveva caratterizzato tutta la sua produzione artistica

Covone a Giverny, olio su tela, 1888 – 1889

Monet rifiutava categoricamente di dipingere in una stanza al chiuso: preferiva invece la pittura en plen air. Passeggiava per i campi e la città fino a quando non trovava un soggetto di suo interesse e cercava di imprimerlo sulla tela. Le sessioni di pittura erano molto intense, iniziavano alle cinque di mattina e fino al tramonto lavorava incessantemente. Quando però le condizioni di luce cambiavano, ecco che lasciava la tela per prenderne una nuova, che poi veniva ulteriormente messa da parte quando c’erano altre variazioni atmosferiche. Era la genesi del concetto di serie: cristallizzando l’attimo nelle sue opere, Monet vuole restituire quella luce, quell’atmosfera di un determinato istante che sta vivendo. Nascono così le grandi serie dei covoni, della neve, dei pioppi: sempre lo stesso identico e medesimo soggetto ma ritratto più volte durante il giorno in modo tale che, se mettessimo questi quadri uno dietro l’altro, ecco che avremmo perfettamente lo scorrere della giornata, con le sue luci e le sue ombre.




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