Sovrana e promotrice di ideali religiosi, l’opera più significativa da lei promossa fu il monastero di Santa Chiara
Sancia d’ Aragona-Maiorca, seconda moglie di re Roberto d’Angiò, regnò al fianco del sovrano per oltre 34 anni coniugando spirito caritatevole, cultura e potere. Nata a Montpellier da Giacomo d’ Aragona ed Esclaramonda de Foix, incontrò per la prima volta il futuro marito nel 1265 quando quest’ultimo era tenuto prigioniero degli Aragonesi a Barcellona ma lo sposò soltanto nel 1304, dopo la morte della sua prima moglie Violante. Sancia era cresciuta in una famiglia fortemente legata al mondo francescano e, proprio il suo animo religioso ha fatto sì che lasciasse, insieme al marito, un’oasi di bellezza e spiritualità alla città di Napoli: il monastero di Santa Chiara.
Dalle lettere scambiate con Papa Giovanni XXII emerge il suo forte desiderio di maternità purtroppo mancata, in quanto riuscì ad avere un solo figlio da Roberto che morì infante, ma ciò non spense il suo ardore materno che, tuttavia, si tramutò in una maternità spirituale nei confronti dei frati minori e delle Clarisse che ospitò nelle strutture da lei edificate. Ella, infatti, promuovendo una vita ispirata alla semplicità e alla contemplazione, si dedicò alla fondazione di ospedali, conventi e luoghi di accoglienza per poveri, curandosi dell’aspetto spirituale del regno ma senza tralasciarne l’aspetto culturale, favorendo anche la circolazione di libri religiosi e testi teologici. Senza dubbio l’opera più significativa da lei promossa fu il monastero di Santa Chiara.
Il progetto nacque con lo scopo di creare una cappella di corte degna del loro rango da dedicare al Santissimo Sacramento, ma anche come luogo di culto e spiritualità francescana. Sancia fu l’anima del progetto ideato come una struttura doppia: un convento per i Frati minori e uno per le Clarisse. La costruzione iniziò nel 1310, in stile gotico, su progetto dell’architetto Gagliardo Primario, che completò la chiesa secondo i principi di semplicità francescana. La regina non solo partecipò al progetto come ideatrice spirituale ma contribuì direttamente sia al finanziamento dell’opera, sia alla supervisione e stesura della regola monastica, ispirata fortemente alla regola di santa Chiara di Assisi: povertà, clausura e preghiera. Roberto si fidava a tal punto delle capacità amministrative e di supervisione della moglie che, nel 1341, la incaricò, con l’ausilio di una speciale commissione, di costringere i baroni riottosi a prestare il servizio feudale e pagare quanto dovuto alla regia curia.
Questo ci testimonia quanto la sua figura fosse importante non solo come promotrice di ideali religiosi, per cui viene più spesso ricordata, ma anche come sovrana che gestiva questioni delicate di Stato. Così alla morte del marito ella provò ad esercitare un ruolo politico ma, fu arginata dalle lotte di potere e delusa dalla strada che stava intraprendendo il regno, per cui decise di abbandonare titoli e privilegi e si ritirò nel convento di Santa Croce da lei fondato, luogo in cui morì nel 1345 per poi essere sepolta nel monastero di Santa Chiara accanto al marito. Ed è proprio da lì che la sua storia continua a riecheggiare tra i vicoli di Napoli.
a cura di Marianna del Sorbo










