Becchi, pecoroni e scongiuri: non tutte le corna sono uguali

Dal Cunto dei Cunti alla letteratura moderna, storia minima del tradimento a Napoli

Le corna sono una cosa terribilmente seria, non è mica un caso se a Ruviano, in provincia di Caserta, nel giorno di San Martino loro patrono c’è una Festa dedicata a chi, suo malgrado, se l’è viste crescere in fronte. Se un gigante come Totò ha scritto una poesia sulla “filosofia” delle corna, allora vuol dire che l’argomento è di quelli delicati. 

L’origine dell’espressione si perde nel retaggio greco di cui sono intrise Napoli e la Campania. Negli ultimi anni, s’è andata affermando la popolarità dell’ipotesi di Luciano De Crescenzo, che vuol far risalire l’espressione alle disavventure coniugali di re Minosse di Creta. Il sovrano avrebbe dovuto sacrificare a Poseidone, il toro che il nume gli mandò dal mare a conferma e benedizione della sua sovranità e a rintuzzare le pretese regali dei suoi fratelli. Minosse, abbagliato dalla bellezza del toro, non lo sacrificò. Così il dio offeso infuse nella regina Pasifae l’insana voglia di unirsi carnalmente con il sacro bovino concependo così il Minotauro

Forse è più concreta la pista che porta a uno degli oggetti più iconici della tradizione partenopea, ‘o curniciello. Il culto della fecondità d’impronta grecoromana prevedeva la celebrazione delle Falloforie, le processioni in cui un gigantesco membro eretto veniva accompagnato per le strade delle città e per i tratturi dei campi affinché benedisse e rendesse prospera la vita dei fedeli. La divinità “titolare” di questo culto fu il dio Priapo. La sua iconografia è arcinota: ha immagine di satiro feroce, deforme e dotato di un enorme membro, perennemente eretto. Quando arrivò il cristianesimo, Priapo fu immediatamente demonizzato, insieme a tutti i satiri e (quasi) tutte le divinità silvane (è da lui, privato del fallo, che arriva il ritratto del diavolo cristiano). Però il culto apotropaico rimase, perciò il gesto delle corna conserva una doppia valenza: rivolte all’ingiù è uno scongiuro, all’insù è un’offesa mortale.

Attenzione, però. Ci sono tradimenti e tradimenti. O meglio, c’è modo e modo di vivere la leggerezza della propria, o del proprio, consorte.

La letteratura napoletana del ‘600 (dal Cunto de li Cunti alla Vaiasseide fino al Defennemiento) ci ha consegnato dei piccoli trattatelli sulle disavventure amorose di personaggi vari ed eventuali, fantastici o addirittura delle più nobili famiglie del Regno (avete mai sentito parlare dei misteriosi Manoscritti Corona?). Epperò, come si diceva, non è che tutte le corna sia uguali tra loro. Questi uomini si dividono in tre categorie: becchi, pecoroni e cornuti.

I becchi, come i maschi delle capre, non si curano delle azioni delle loro donne e anzi traggono vantaggio, piacere o utilità dai loro tradimenti. Quando diventa un’entrata fissa (e quasi esclusiva) si sfocia nel leccaricotta, la figura tratteggiata nell’Ottocento dal criminologo Abele De Blasio, che nel lessico odierno è nota come ricottaro, cioè nel pappone che ha l’ardire di offrire e farsi pagare per dare ad altri la “fidanzata”.

Ci sono poi i pecoroni; pavidi e vigliacchi, sono perfettamente a conoscenza dei traffici delle consorti ma non hanno la forza di reagire in alcun modo. Sono quelli che oggi, con pietoso eufemismo, si chiamano zerbini.

Infine, ecco i veri e propri cornuti. Non fanno affari con gli amanti delle loro signore e nemmeno temono la reazione della consorte, semplicemente non lo sanno. La sua disgrazia è pubblica, visibile a tutti come un paio di corna ben piantate in fronte. Solo lui che evidentemente non si guarda allo specchio, non se ne accorge. Da qui (evidentemente) il detto empirico secondo cui il cornuto è sempre l’ultimo a sapere le cose che lo riguardano.

Il topos del cornuto è, chiaramente, tra i più usati e riusati nella commedia, nella letteratura e persino nella poesia. Eduardo De Filippo tratta il tema in Questi Fantasmi, dove la realtà si fonde con la suggestione e il povero Pasquale Lojacono finisce per far la figura del becco (leggi sopra) scambiando il ricco amante della moglie per un generoso fantasma.

Però, ancora una volta è con Totò che si toccano vette sublimi. Il principe De Curtis alla filosofia delle corne ha dedicato una poesia (appunto ‘E ccorne) che è un invito all’atarassia e all’imperturbabilità. Dopo la scoperta della chiromante che gli svela il suo destino da tradito, pensa di tornare immediatamente a casa e fare una strage. Poi ci pensa su: le corna ormai sono fatte, non c’è modo per tornare indietro. “ ‘O stesso Adamo steva ‘mparaviso,/ eppure donna Eva ll’ha traduto,/ ‘ncoppa a sti ccorne fatte nu surriso,/ ca pure Napulione era cornuto!”. C’è più Epicuro in questi versi semplicissimi che in un trattato.

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