Paolo La Motta, un artista – educatore dalle mani fatate

L’umiltà e la voglia di scoprire: le armi vincenti da trasferire ai giovani del quartiere

Sanità, aggiungiamo a questa parola una lettera, la lettera ‘T”, curioso, diventa “Santita’ ” e non esiste termine, all’apparenza (e solo all’apparenza), più lontano da questo luogo disgraziato e bellissimo che pullula di umanità. In questo quartiere, ai piedi della collina di Capodimonte, anche le persone possono essere “lettere” che cambiano, con il loro agire, il senso delle cose, migliorandole.

Nel rione Sanità vive una “persona – lettera”, artista erudito, pittore e scultore dalle mani fatate che qui è nato e si è formato nutrendosi di bellezza e umanità “oscurata”. Lui è Paolo La Motta ed è figlio di Napoli e di questo quartiere. Paolo ha studiato all ‘Accademia di Belle Arti con Augusto Perez ed è qui che ha maturato il suo amore per il disegno. È un artista di successo, come confermano oggi, i suoi riconoscimenti internazionali e le sue recenti esposizioni a Parigi alla Galerie Mercier. Un artista con la A maiuscola e sapete perché? Perché Paolo, come pochi, ha conservato l’umiltà e la voglia di scoprire, conoscere e imparare mettendo a disposizione le proprie conoscenze per la crescita e la formazione dei giovani del suo quartiere.

“Da anni mi occupo di un laboratorio di ceramica alla Sanità dove insegno ai bambini dai  7 ai 13 anni. È un ‘attività che mi unisce ancor di più a questo territorio soprattutto dal punto di vista umano; mi identifico spesso con storie e situazioni come persona e in fin dei conti persona e artista sono due cose che si vanno a sovrapporre” – ci racconta Paolo, che potremmo definire un artista – educatore.

Il quartiere in cui è cresciuto, con i suoi palazzi e le sue strade, è ciò che, inconsapevolmente, lo ha formato: “Non solo il Palazzo Sanfelice dove ho frequentato le elementari – racconta – che era per noi bambini una sorta di girandola dove giocavamo a nascondino, ma anche le tante chiese e le pale d’altare seicentesche con quei bui e lampi di luce di scuola caravaggesca. Ricordo anche che all’età di quattordici anni, tutte le domeniche visitavo il Museo di Capodimonte e all’epoca, al primo piano, era concentrato il meglio della pittura dell’800 ciò che oggi, purtroppo, risulta disperso tra vari musei. Quella pittura è un costante dialogo con la pittura del ‘600 che vedevo da bambino”.

Paolo è oggi, uno dei massimi esperti di ‘800 napoletano e non perde occasione per dichiarare il suo folle amore per Domenico Morelli. Ma il suo cuore  batte forte anche per il ‘900 napoletano, che lui definisce un po’ la cenerentola della nostra cultura perché ancora non c’è una vera conoscenza a livello nazionale, né internazionale di quello straordinario periodo di artisti poco conosciuti, o meglio, dimenticati, come Giovanni Tizzano, di cui ha personalmente curato alcune schede critiche in occasione di una mostra di grande successo “Il Bello o il Vero“, tenutasi qualche anno fa al complesso monumentale di San Domenico Maggiore.

L’amore per artisti dimenticati è perfettamente in linea con la filosofia di Paolo La Motta, che si interessa proprio di aspetti storico – critici meno conosciuti legati alla città di Napoli. “Proprio alla Sanità – continua – nel mese di dicembre, sarà dedicata una importante mostra nella quale sarà esposta anche la mia opera, oggi, di proprietà del Museo“.

L’opera è quella di Genny Cesarano, vittima innocente della Camorra, morto all’età di 17 anni. Era il 6 settembre 2015, a giorni, ne ricorrerà l’anniversario. “Genny ha frequentato per diversi anni il mio laboratorio di ceramica. Volto bellissimo, espressivo. In lui vedevo un territorio stratificato. Quel volto, per me fonte di ispirazione, è diventato un polittico: 4 tele e una scultura in una teca con uno specchio. Un lavoro del 2007 che è un unicum, non ne ho mai ripetuto un altro ed è concepito come una sorta di carrellata cinematografica perché il volto è indagato da diverse angolazioni. La morte di Genny è stata una cosa atroce, dolorosa anche per gli accostamenti che alcuni giornali ne fecero alla camorra. Questa è la storia maledetta di retorica e pregiudizi che infangato costantemente questo quartiere”.

Di Genny esiste anche un’altra scultura, si trova davanti la chiesa di San Vincenzo alla Sanità: “L’ho realizzata pensando anche ai grandi insegnamenti di Don Giuseppe Rassello che definisco il mio Don Milani, si intitola in – ludere. Nell’opera – prosegue Paolo – Genny è su due tavole di legno in bilico, in equilibrio precario e sta aggiungendo la lettera T alla parola Sanità. C’è anche un Super Santos incastrato: è il simbolo di una infanzia negata. Sembra Strano eppure da quel giorno qualcosa è realmente cambiato, come una stella che, esplosa, sprigiona energia. La morte di Genny ha acceso una nuova luce ed oggi la Sanità è cambiata e nell’aria c’è un’ idea di cambiamento possibile”.

Sanità – Santità, una lettera cambia il senso delle cose. Ecco, in questo quartiere difficile e bellissimo, tanta gente oggi ha scelto di cambiare, di essere “per” gli altri e, come Paolo La Motta, sono persone – lettere. La stella è esplosa.

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