Quando i campani “dolcetto o scherzetto” lo facevano qualche secolo fa

Alla scoperta delle tradizioni perdute del Carnevale

Il Carnevale vive di tradizioni perdute. Una di queste, però, è ancora viva anche se sotto le mentite spoglie del “trick or treat” anglosassone che caratterizza Halloween. Certo, non è la stessa cosa sradicata com’è dal suo spirito originario. Ma tant’è, noi campani “dolcetto o scherzetto” lo facevamo già qualche secolo fa.

Prima dei telefilm americani, delle caricaturali e horroristiche maschere trasferite d’imperio da febbraio ad ottobre, c’erano – specialmente nelle zone rurali della Campania, da Benevento a Salerno, passando per Avellino e per il napoletano, “chiorme” di bambini festanti che bussavano alle case della zona: “Siamo quelli di Carnevale, avete qualcosa per noi?”. Era la tradizione del “sasicchio”, la salsiccia, che – evidentemente – deve il suo nome alla grande varietà di doni che confluivano nelle bisacce dei piccoli questuanti. Tante e diverse caramelle, biscotti, dolci e pasticci come i tanti tagli di carne che, triturati, finiscono insaccati nella salsiccia.

Secondo diversi studiosi di storia locale, la tradizione del “sasicchio” sarebbe molto più simile a quella del “dolcetto o scherzetto” di quanto ci si possa immaginare. Anche la “salsiccia” sarebbe figlia di culti politeistici dura a morire davanti all’imposizione del messaggio del Cristo. In alcune aree del beneventano, infatti, il rito si chiama “vecchia col sasicchio” e fa riferimento a una megera stile Befana (brutta, arcigna ma in fondo buona) in nome della quale occorre donare ai bimbi festosi, in modo tale da propiziarsene i favori. Potrebbe essere, quindi, un’antica divinità precristiana che, non ritenuta degna di entrar a far parte di santi e madonne indigene e autoctone, è passata attraverso la demonizzazione religiosa (resa plasticamente dalla bruttezza) ad una specie di tolleranza (la bontà e la buona fortuna), spirito, questo, che impermea di sè lo spirito del Carnevale.

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