Tartaglia e Scaramuccia, la Commedia dell’Arte nella Napoli del Seicento

Un vecchio invadente e un capitano fanfarone, allegorie di un popolo in festa

Il Carnevale Napoletano diventa, a partire dalla seconda metà del Seicento, una vera e propria festa popolare e le maschere della Commedia dell’Arte, adottando un linguaggio dialettale e movenze eccesive o caricaturali, ma aderenti a quelle di taluni “personaggi” che si potevano incontrare nella vita di tutti i giorni, stabiliscono sempre più un diretto contatto con una realtà “bassa e volgare”.

Tartaglia e Scaramuccia ne sono un degno esempio.

Nonostante le sue probabili origini veronesi, Tartaglia divenne ben presto una maschera molto popolare a Napoli. Si tratta un vecchio presuntuoso e invadente, degno compare di Pulcinella, ridicolo nel vestire, calvo, con un ventre grosso e grossi occhiali sul naso adunco. Indossa un abito verde con larghe strisce gialle, calze bianche, un mantello verde variegato di giallo e un ampio cappello grigio.

Spesso lo vediamo interpretare ruoli diversi: a volte è giudice, notaio, farmacista, avvocato e consigliere di corte. Altre volte è un semplice domestico o genitore di qualche giovane maschera della commedia. Gli piacciono molto le donne e si innamora facilmente.

Caratteristica principale di questo personaggio è la sua balbuzie: tutte le volte che Tartaglia inizia a parlare, balbetta o incespica nelle parole, le storpia e le ripete un bel numero di volte, ragion per cui lo spettatore è spesso portato a ridere.

Scaramuccia – il cui nome indica una piccola battaglia – è anch’essa una maschera nata a Napoli nel Seicento e derivata dal Capitano, una delle maschere più antiche della Commedia dell’Arte, la cui genesi risale al “Miles Gloriosus” di Tito Maccio Plauto. Fanfarone e vanaglorioso, pigro e spaccone, Sacamuccia vestiva di nero secondo l’uniforme degli Spagnoli di stanza a Napoli.

La sua più antica raffigurazione si trova in un’opera dell’incisore francese Jacques Callot (Nancy, 1592 – Nancy, 1635). In essa, Scaramuccia compare già nel costume che sarà poi tradizionale, costituito da calzoni attillati fin sotto il ginocchio, un giubbotto molto stretto, un cappellaccio piumato, una maschera con un enorme naso e un fallo di cuoio ostentato beffardamente. Al carattere osceno dell’aspetto corrisponde anche un eguale carattere del personaggio, donnaiolo, millantatore e fracassone.

Scaramuccia deve la sua notorietà e il suo nome all’attore che per lungo tempo ne indossò la maschera, l’italiano Tiberio Fiorilli (1609-1694), il quale ebbe grande successo, soprattutto presso il pubblico francese  – per i quali il personaggio cambiò il nome in “Scaramouche” – perché, secondo le testimonianze dell’epoca (famosa la sua biografia romanzata “Vie de Scaramouche” scritta dall’attore Angelo Costantini, noto come Mezzettino, nel 1695) Fiorilli era dotato di notevole abilità espressiva, doti di acrobata e comicità, capace di catturare l’attenzione degli spettatori. L’attore italiano compariva in scena con un costume completamente nero, ornato di una gorgiera bianca e non portava la maschera, alla quale sostituiva il viso infarinato, su cui spiccavano baffi e sopracciglia nere. In Francia, Fiorilli modificò il primitivo carattere del personaggio: preferì la chitarra alla spada, ebbe una nuova arguzia e una psicologia più complessa che fu presa a modello anche dal giovane Molière.

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