Il Santuario di San Gennaro a Pozzuoli

Nella chiesa sculture e dipinti raccontano il legame profondo del Santo con la terra flegrea 

Nei Campi Flegrei, terra del mito e del fuoco, a pochi passi dal Vulcano Solfatara, c’è un luogo che odora di zolfo e santità, è il Santuario di San Gennaro a Pozzuoli. È luogo sacro e antico, sorto dove il Vescovo di Benevento, patrono di Napoli, subì il martirio e fu decapitato il 19 settembre del 305.

San Gennaro morì qui, alle pendici di un vulcano inquieto e fumante con i suoi fedeli compagni, Festo, Desiderio, Sossio, Procolo, Eutiche e Acuzio. Sette martiri come i sette uccelli (aquile o galli?) presenti, oggi, nello stemma della città di Pozzuoli. La chiesa fu realizzata nel 1580 sostituendo una struttura preesistente risalente all’ VIII secolo. Ce lo ricorda un’antica lapide collocata ai lati dell’ingresso. Nel corso dei secoli, la chiesa ha subito una serie di trasformazioni, restauri e rifacimenti fino agli inizi del’900. Ha dunque oggi un aspetto piuttosto semplice e “moderno”.


Piccola e gialla ha una facciata con un delizioso pronao, navata unica con cappelle laterali e volta a botte unghiata decorata con dipinti di Luigi Tammaro realizzati nel 1926. All’interno, nonostante il suo “minimal style”, conserva alcune sculture e dipinti pregiati che narrano la storia ed il legame profondo di San Gennaro protettore, proprio con la città di Pozzuoli e la terra flegrea. Entrando nella chiesa, sulla destra, si nota immediatamente un bassorilievo in marmo risalente al 1695 di Lorenzo Vaccaro, tanto lodato per la sua straordinaria bellezza e complessità di esecuzione. È un racconto preciso del martirio, sullo sfondo si distingue anche l’Anfiteatro Flavio con belve feroci e teste di leoni, il giudice Draconzio e Timoteo circondato da soldati a cavallo. Il carnefice è in primo piano, rappresentato, con gesto violento e deciso, nell’atto di decapitare il Santo che è invece in ginocchio, con le braccia conserte, già pronto al sacrificio. Al suo fianco una donna, la sua nutrice Eusebia, pronta a raccogliere nelle ampolle di vetro il suo sangue e la sua memoria. I bassorilievi, secondo le fonti, dovevano essere originariamente due, ma uno è andato probabilmente perduto in seguito ad un devastante incendio nel 1860.

Una decapitazione del Santo è rappresentata anche nel dipinto sull’altare, opera del pittore Pietro Gaudioso e realizzato nel 1678. Dalla decapitazione del Santo alla pietra dove fu poggiata la sua testa, c’è giusto uno scalino che conduce ad una cappella. Secondo tradizione, questa pietra, sulla quale venne poggiata la testa del Santo, si macchiò di sangue mai più scomparso. E’ pietra miracolosa custodita dietro una teca in vetro, le macchie di sangue diventano distinguibili e di un rosso più vivo proprio nei giorni che precedono il miracolo della liquefazione che avviene nel Duomo di Napoli dove sono conservate invece le ampolle miracolose.


C’è un filo rosso che pare unisca le due reliquie anche a distanza. Eppure c’è un enorme mistero, studi più approfonditi, avrebbero oggi accertato che la “pietra miracolosa”, è invece la pietra di un altare paleocristiano risalente al VI secolo quindi successiva (e di ben due secoli!) all’epoca di San Gennaro. Eppure la pietra “cangiante” sta lì ed è sotto gli occhi di tutti anche dello stesso “Gennaro”, il cui busto in marmo è conservato in una teca lì accanto. E’ di uno scultore ignoto ma risale certamente al XII-XIII sec. Il suo volto non è perfetto, ha un evidente taglio all’altezza del naso. Anche questo è marmo miracoloso, quel naso, vandalizzato dai saraceni con un colpo di scimitarra, finì in mare perdendosi. Più volte si tentò di restaurare la statua deturpata ma invano. Il santo “desiderava” solo il suo naso e così, alcuni pescatori, osservando una pietra che con insistenza continuava ad impigliarsi tra le loro reti, realizzarono che fosse proprio quella del Santo. Avvicinata al suo sacro busto, si riposizionò al suo posto senza mai più staccarsi. Tradizioni, devozione, credenze. Questo busto è portato ancora oggi in processione e, secondo quanto si creda, pare che abbia anche liberato la città dalla peste del 1656.

San Gennaro ha qui la sua chiesa, quella delle origini, la sua antica casa e i puteolani lo sanno che lui veglia e protegge. Lo fa anche attraverso un crocifisso di luce che ogni giorno, all’imbrunire, si accende sul costone del Vulcano proprio difronte al Santuario.

È la “prima stella della sera” in quel di Pozzuoli e la sua luce ci ricorda che quel sangue è ancora vivo… 

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