
Il salotto di artisti, attori e letterati dell’elitè di Napoli
Nel 1860 cade definitivamente il regno delle due Sicilie e in alcune sale dell’antico palazzo della foresteria del Palazzo Reale a fronte di Piazza San Ferdinando (attuale Piazza Trieste e Trento) apre il Gran Caffè dell’imprenditore Vincenzo Apuzzo. Da subito diventa luogo di ritrovo dell’elitè napoletana suscitando le invidie del Caffè Europa di Mariano Vacca, uno dei primi fondati a Napoli che affacciava su Via Chiaia. Entrambi i caffè per anni si sfideranno a colpi di feste e ospiti illustri per accaparrarsi il titolo di locale più in vista di Napoli. Ma la fortuna dell’imprenditore Apuzzo dura pochi anni, a causa delle eccessive spese, si caricò di debiti e il “salotto” della Napoli bene chiude i battenti nel 1885.
Dopo 5 anni Vacca compra i locali del Gran Caffè che, una volta ammodernati, accoglieranno al meglio artisti, letterati e giornalisti di spicco dell’epoca. I lavori vennero affidati all’architetto Antonio Curri che si avvalse di una numerosa schiera di operai, decoratori e artisti tra i quali Vincenzo Migliaro, Salvatore Cozzolino, Giuseppe Casciaro e Francesco Diodati, i quali avrebbero impreziosito con le proprie opere le pareti e i soffitti della struttura creando una galleria di arte contemporanea.
Nel novembre 1890 riapre quindi il Gran Caffè Gambrinus, nome ispirato al dio fiammingo che inventò la birra. Tra i clienti illustri sedevano quotidianamente ai tavolini, personalità politiche e principi del foro, giornalisti come Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Roberto Bracco autori teatrali e musicisti come Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Giuseppe Turco, scrittori come Gabriele D’Annunzio e anche il dandy decadente Oscar Wilde che trascorse con il suo amante Norman Douglas un soggiorno non molto piacevole lamentandosi delle maldicenze di alcuni napoletani e dei topi, ospiti indesiderati della residenza di vacanza.
Come ogni caffè partenopeo di aneddoti da raccontare ce ne sono a centinaia ma uno in particolar modo va ricordato: la sfida agli inizi del 1900 tra Ferdinando Russo e lo scrittore Gabriele D’Annunzio (di cui sono ricordate non solo le varie lettere ma anche i vari debiti che ha lasciato al caffè). Il compositore sfidò l’autore abruzzese a scrivere il testo di una canzone in napoletano. D’annunzio accettò la sfida e dopo un paio di mesi si presentò con la canzone “Vucchella” musicata da Francesco Paolo Tosti. Ma tante altre canzoni molto famose vennero scritte sui tavolini del caffè: “O’ sole mio”, “Spingole francese”, “Funiculì funiculà”.
Ma la buona sorte del caffè termina nel 1938 quando il prefetto Giovanni Battista Marziale, impose la chiusura a causa del frastuono degli avventori e dell’orchestrina del Gambrinus che disturbavano il sonno di sua moglie. Con la chiusura, i locali vennero utilizzati dall’Amministrazione provinciale del Banco di Napoli che aprirono proprio lì una filiale. Ma nel 1952 il Gambrinus come un’araba fenice risorge e riapre nuovamente al pubblico ritornando ad essere luogo di ritrovo di artisti, attori e intellettuali italiani ed internazionali. Attualmente il Gambrinus è il locale dove turisti e curiosi, con la scusa di sorseggiare un buon caffè, possono ancora ammirare le opere degli artisti coinvolti dall’architetto Antonio Curri nel grande progetto di ammodernamento, avendo il pregio di ospitare la famiglia reale dei Savoia in visita a Napoli nel 2009, la premier Angela Merkel e altre grandi personalità.
Dopo quasi 160 anni di aneddoti, alti e bassi, personaggi illustri e raffinate miscele, il Gambrinus rimane il luogo simbolo dove respirare ancora l’aria della Napoli raffinata e un po’ bohemien della belle époque.
A cura di Pasquale De Candia