Anche Francesco le diceva (le male parole), di Natale Fioretto

Edito Graphe.it, un’analisi interessate e divertente sull’utilizzo dei turpiloqui, dalla politica allo spettacolo

«Dimmi le parolacce che usi e ti dirò chi sei, da dove vieni, da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato» (Dario Fo)

La nostra sintonia letteraria con Natale Fioretto, prende piede e forma. Insomma, si consolida definitivamente. Qualche tempo fa, del docente di Perugia, avevamo letto “Dal Vesuvio alla steppa” e ne eravamo rimasti colpiti e affascinati.

A questo giro, è toccato invece “Anche Francesco le diceva”, edito Graphe.it, la cui copertina è tra il magenta ed il viola porpora. Cosa diceva pure lui? Ma è ovvio, le parolacce. Anzi, come si dice dalle nostre parti, le male parole. Credete che ci sia qualcuno immune a tal riguardo? Per carità di Dio, chiunque sente la necessità di esprimersi coloritamente, le brutte parole sono sempre dietro l’angolo e sulla bocca di tutti.

Tutti chi? I politici tanto per cominciare, o forse dovremmo dire soprattutto, Fioretto? Dall’ex premier Silvio Berlusconi al Presidente della Regione Campania De Luca, passando per Beppe Grillo. Le parolacce hanno rappresentato e rappresentano la loro cifra espressiva e comunicativa, e perché no, strategica. Anche se a lungo andare, si rischia di diventare un disco rotto, a parer mio.

E poi ci sono i comici, persone che lavorano nello spettacolo – che sono una categoria diversa da quella sopra citata, attenzione – per loro i turpiloqui, sono pane quotidiano.

Come scrive Natale, però “Il tempo è passato e il confine del tabù si è spostato…”

La prima volta che la parola cazzo venne utilizzata, fu nel 1976 in “Porci con le ali”. Oggi la lettura dello stesso, non sconvolgerebbe alcuno. La stessa parola “casino”, un tempo concepito come bordello, con il passare degli anni ha cambiato il suo significato. Ancora la parola malafemmena, che da il titolo ad una della canzoni partenopee più rinomate – scritta dal grande Totò – il successo della canzone ha affievolito il reale significato del termine, ovvero quello di prostituta, donna di malaffare. Se ci spostiamo dall’area napoletana, molti intendono invece l’espressione come donna maligna, quella che utilizza Eduardo De Filippo in Filumena Marturano.

Nell’ultimo capitoletto, viene fatta invece un’analisi magnifica e dettagliata, sullo spettacolo teatrale Signori, io sono il comico, di Peppe Barra e Lamberto Lambertini.

L’utilizzo di turpiloqui non solo pare esprimere meglio – scientificamente parlando – un concetto ed un’emozione, ma rende concreti e reali in nostri desideri, per mezzo della parola stessa. Perchè allora tanti tabù nelle grammatiche italiane sulle parolacce? Eccolo, l’interrogativo finale.

La bibliografia di cui si è servito lo scrittore, gli articoli e la sua evidente cultura e preparazione, rendono questo libricino, estremamente godibile.

Quindi state sereni, quando lo ritenete opportuno, esprimetevi pure con la vostra “lingua del cuore“, abbiamo la benedizione pure del poverello d’Assisi.

Dettagli
Cerca Evento